Come l’amico che mi ha consigliato questo articolo, era da un po’ che anche io non leggevo un blog del Fatto.
Il tema è l’ennesima lettera aperta completamente inutile su “una riforma dell’università”, che comprende l’introduzione di prestiti, l’abolizione del valore legale del titolo e la liberalizzazione delle rette. In breve, è una lettera piuttosto inutile perché propone tre toppe, quale più utile, quale meno, per cercare di risolvere problemi che richiederebbero una riforma radicale.
Ma cosa ci scandalizza tanto? Il fatto che Margherita Hack sia cofirmataria di una lettera che spinge per l’abolizione del valore legale del titolo di Laurea. Lo scenario è più catastrofico di quello che possiate mai immaginare, vediamo perché.
Chi tra gli insigni firmatari accetterebbe di essere operato a cuore aperto da un chirurgo laureato in un istituto privo di monitoraggio? Perché di questo stiamo parlando. [...] C’è il rischio che la rimozione del vincolo legale apra alla proliferazione di “fabbriche di titoli” e “fabbriche di accreditamento”, in grado di accreditare istituzioni d’istruzione superiore prive di qualunque forma di legittimità. Del resto, chi accrediterebbe queste università?
Sì lo so, troppe stronzate in un solo paragrafo. Andiamo per ordine. La questione medicina è un po’ la legge di Godwin di tutti i discorsi sull’università. Si propone una riforma, il primo stronzo che passa dice “Ti faresti mai operare da un chirurgo educato in questo sistema?”. È ovvio che non c’è nessun legame di causa ed effetto; per ovviare a questo problema le soluzioni sono tante. Si può introdurre un’eccezione per quanto riguarda le scuole di medicina (negli USA funziona in modo simile) oppure basta delegare la selezione all’esame di Stato o a un assessment che le scuole di specializzazione facciano dell’università di origine; allo stato attuale è chiaro che le università esistenti possono comunicare fra loro e possano garantire una buona formazione, se, come dice la nostra profeta del 2012, si formano diplomifici anche per medicina (la vedo dura, non è così da nessuna parte), le scuole di specializzazione sapranno fare una buona valutazione dei candidati che vengono da quelle università.
Per quanto riguarda le “fabbriche di accreditamento” ovviamente sono cazzate. Se avessero un’idea di come funziona il mercato del lavoro in altri paesi (ahimè) ben saprebbero che la diversificazione delle università serve solo a fare una selezione al rialzo (cioè “se non vieni da un’università figa non ti prendo nemmeno in considerazione”), per cui se uno viene da un’università sfigata e viene selezionato comunque non viene direttamente assunto.
Si ripensi poi alle università telematiche: complice una legge permissiva e l’assenza di programmazione di sistema, dal 2003 le università telematiche sono proliferate in Italia con una velocità senza pari nei paesi europei. Francesco Coniglione ci dice perché: Unimarconi, la più strutturata tra queste, ha 33 mila iscritti e tasse a 1.200 euro annue per studente. In tutto, gli ordinari di tutte le 11 università telematiche italiane sono 13, gli associati 18 e i ricercatori 236. Insomma, poche spese, alti introiti. Lo stesso Giavazzi aveva definito le università telematiche come una truffa. Allora perché creare le condizioni per altri titolifici e altre truffe?
Orrore e dannazione! Come renderci complici di tali nefandezze? In realtà è una stronzata, perché Unimarconi è un’università privata, per cui ben vengano innumerevoli di esse se hanno gli allocchi che ci si iscrivono. Non mi pare che allo stato attuale ci siano impedimenti a riguardo.
Sarà la competizione tra atenei a selezionare le università migliori, e queste potranno con il loro prestigio garantire il “valore” del titolo di studio, imporre tasse più alte, offrire prestiti d’onore. La competizione di mercato selezionerà così pochi atenei eccellenti. Dopodiché: si potrà lasciar andare in malora gli altri, giustificare il definanziamento pubblico all’università, portare le tasse universitarie a cifre vicine a 10 mila euro l’anno, indebitare gli studenti prima ancora che abbiano un lavoro, dimezzare il numero delle immatricolazioni, trasformare l’università in una questione d’élite, e condannare il paese alla barbarie.
Notevole che nel link cui rimanda “10 mila euro l’anno” mi aspettavo di trovare un riferimento alle rette universitarie britanniche, invece no, è solo un modo per attrarre l’attenzione con una cifra da capogiro completamente ingiustificata.
Per quanto riguarda il resto, uno dei grossi problemi dell’università italiana non è che ci siano circa 80 università (incluse alcune private tipo IULM, Bocconi, LUISS, etc.), ma che tutti gli atenei statali vogliano essere fantastici. Il risultato è che la ricerca è coordinata male fra atenei piccoli, che l’esperienza universitaria, avendo università “buone” dietro casa, diventa diseducativa (“perché allontanarsi da casa?”), e questo fatto oltre a creare persone senza palle che non riescono a pensare di spendere una settimana lontani dai genitori a 26 anni introduce anche il problema di avere triennali e specialistiche standard in una quantità enorme di università, impedendo così (se il corpo docente si aggregasse) di avere specializzazioni più variegate con la stessa forza lavoro. Ad esempio, se si fondessero due università di due città vicine, o quanto meno si consorziassero (in Île-de-France funziona così per le lauree specialistiche), si potrebbero avere, ad esempio, due triennali in Fisica standard nelle due università, ma specialistiche completamente diverse in modo che gli studenti dell’una siano costretti ad andare a seguire lezioni nell’altra. È chiaro che nel paese delle sagre una cosa del genere non può funzionare.
Certo, non sono del tutto convinto che la liberalizzazione delle rette sia una cosa utile, ma, e mi spiace per i paladini del diritto allo studio, sono sicuro che l’introduzione dei prestiti sia una cosa ben più egalitaria delle rette agevolate. Sappiamo perfettamente che ci saranno sempre i ricchi che pagheranno tutto senza prestito, non li si eliminano di certo. Il sistema attuale però gli consente di avere un ISEE infimo, e non c’è nessuna modifica convincente che si possa attuare senza dover appoggiarsi a una lotta all’evasione (e a un cambiamento culturale, in generale) che vada ben lungi dalla portata una riforma universitaria. Il sistema attuale, e mi spiace per l’autrice, favorisce i ricchi, e punisce duramente la classe media.
In sostanza ci sono molte falle nella proposta: la liberalizzazione delle rette ha poco senso se le università sono ancora pubbliche, e.g. se possono alzare le rette quanto vogliono ogni cazzata a livello di bilancio si può curare con un prelievo extra agli studenti; introdurre una competizione darwiniana con gli atenei esistenti non ha senso se non si decide di imporre a livello statale (tramite linee guida) una diversificazione dell’offerta formativa: non ha senso che ci siano 70 università in Italia e nessuna eccella in niente (tolti politecnici, Bocconi, etc.), ma questo ha, come già detto, una radice culturale e non si può cambiare in dieci minuti. Nessuna di queste però è stata sottolineata, tutta l’opposizione è interamente demagogica e basata su ipotesi surreali; tutte le “ipotetiche conseguenze” sono spesso un rischio inesistente (e.g. diplomifici privati? Ben vengano, creano anche posti di lavoro), oppure cazzate facilmente aggirabili.
In tutto ciò non sono riuscito a capire che cazzo c’entri la Hack e perché sia lei il caprio espiatorio di una lettera che è stata palesemente scritta da Ichino.