FOR SALE

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Ennesima lamentela che inizia con “non per fare lo stronzo, ma…”; non per fare lo stronzo, ma Berlusconi non era un genio imprenditoriale? Un self-made man? Come fa Mediaset ad avere le pezze al culo dopo una vita intera in posizione semimonopolista forzata, unico caso in Europa di un’azienda che ha non dico il CdA in Parlamento ma quasi…?

Letture da ombrellone

Come l’amico che mi ha consigliato questo articolo, era da un po’ che anche io non leggevo un blog del Fatto.

Il tema è l’ennesima lettera aperta completamente inutile su “una riforma dell’università”, che comprende l’introduzione di prestiti, l’abolizione del valore legale del titolo e la liberalizzazione delle rette. In breve, è una lettera piuttosto inutile perché propone tre toppe, quale più utile, quale meno, per cercare di risolvere problemi che richiederebbero una riforma radicale.

Ma cosa ci scandalizza tanto? Il fatto che Margherita Hack sia cofirmataria di una lettera che spinge per l’abolizione del valore legale del titolo di Laurea. Lo scenario è più catastrofico di quello che possiate mai immaginare, vediamo perché.

Chi tra gli insigni firmatari accetterebbe di essere operato a cuore aperto da un chirurgo laureato in un istituto privo di monitoraggio? Perché di questo stiamo parlando. [...] C’è il rischio che la rimozione del vincolo legale apra alla proliferazione di “fabbriche di titoli” e “fabbriche di accreditamento”, in grado di accreditare istituzioni d’istruzione superiore prive di qualunque forma di legittimità. Del resto, chi accrediterebbe queste università?

Sì lo so, troppe stronzate in un solo paragrafo. Andiamo per ordine. La questione medicina è un po’ la legge di Godwin di tutti i discorsi sull’università. Si propone una riforma, il primo stronzo che passa dice “Ti faresti mai operare da un chirurgo educato in questo sistema?”. È ovvio che non c’è nessun legame di causa ed effetto; per ovviare a questo problema le soluzioni sono tante. Si può introdurre un’eccezione per quanto riguarda le scuole di medicina (negli USA funziona in modo simile) oppure basta delegare la selezione all’esame di Stato o a un assessment che le scuole di specializzazione facciano dell’università di origine; allo stato attuale è chiaro che le università esistenti possono comunicare fra loro e possano garantire una buona formazione, se, come dice la nostra profeta del 2012, si formano diplomifici anche per medicina (la vedo dura, non è così da nessuna parte), le scuole di specializzazione sapranno fare una buona valutazione dei candidati che vengono da quelle università.

Per quanto riguarda le “fabbriche di accreditamento” ovviamente sono cazzate. Se avessero un’idea di come funziona il mercato del lavoro in altri paesi (ahimè) ben saprebbero che la diversificazione delle università serve solo a fare una selezione al rialzo (cioè “se non vieni da un’università figa non ti prendo nemmeno in considerazione”), per cui se uno viene da un’università sfigata e viene selezionato comunque non viene direttamente assunto.

Si ripensi poi alle università telematiche: complice una legge permissiva e l’assenza di programmazione di sistema, dal 2003 le università telematiche sono proliferate in Italia con una velocità senza pari nei paesi europei. Francesco Coniglione ci dice perché: Unimarconi, la più strutturata tra queste, ha 33 mila iscritti e tasse a 1.200 euro annue per studente. In tutto, gli ordinari di tutte le 11 università telematiche italiane sono 13, gli associati 18 e i ricercatori 236. Insomma, poche spese, alti introiti. Lo stesso Giavazzi aveva definito le università telematiche come una truffaAllora perché creare le condizioni per altri titolifici e altre truffe?

Orrore e dannazione! Come renderci complici di tali nefandezze? In realtà è una stronzata, perché Unimarconi è un’università privata, per cui ben vengano innumerevoli di esse se hanno gli allocchi che ci si iscrivono. Non mi pare che allo stato attuale ci siano impedimenti a riguardo.

Sarà la competizione tra atenei a selezionare le università migliori, e queste potranno con il loro prestigio garantire il “valore” del titolo di studio, imporre tasse più alte, offrire prestiti d’onore. La competizione di mercato selezionerà così pochi atenei eccellenti. Dopodiché: si potrà lasciar andare in malora gli altri, giustificare il definanziamento pubblico all’università, portare le tasse universitarie a cifre vicine a 10 mila euro l’anno, indebitare gli studenti prima ancora che abbiano un lavoro, dimezzare il numero delle immatricolazioni, trasformare l’università in una questione d’élite, e condannare il paese alla barbarie.

Notevole che nel link cui rimanda “10 mila euro l’anno” mi aspettavo di trovare un riferimento alle rette universitarie britanniche, invece no, è solo un modo per attrarre l’attenzione con una cifra da capogiro completamente ingiustificata.

Per quanto riguarda il resto, uno dei grossi problemi dell’università italiana non è che ci siano circa 80 università (incluse alcune private tipo IULM, Bocconi, LUISS, etc.), ma che tutti gli atenei statali vogliano essere fantastici. Il risultato è che la ricerca è coordinata male fra atenei piccoli, che l’esperienza universitaria, avendo università “buone” dietro casa, diventa diseducativa (“perché allontanarsi da casa?”), e questo fatto oltre a creare persone senza palle che non riescono a pensare di spendere una settimana lontani dai genitori a 26 anni introduce anche il problema di avere triennali e specialistiche standard in una quantità enorme di università, impedendo così (se il corpo docente si aggregasse) di avere specializzazioni più variegate con la stessa forza lavoro. Ad esempio, se si fondessero due università di due città vicine, o quanto meno si consorziassero (in Île-de-France funziona così per le lauree specialistiche), si potrebbero avere, ad esempio, due triennali in Fisica standard nelle due università, ma specialistiche completamente diverse in modo che gli studenti dell’una siano costretti ad andare a seguire lezioni nell’altra. È chiaro che nel paese delle sagre una cosa del genere non può funzionare.

Certo, non sono del tutto convinto che la liberalizzazione delle rette sia una cosa utile, ma, e mi spiace per i paladini del diritto allo studio, sono sicuro che l’introduzione dei prestiti sia una cosa ben più egalitaria delle rette agevolate. Sappiamo perfettamente che ci saranno sempre i ricchi che pagheranno tutto senza prestito, non li si eliminano di certo. Il sistema attuale però gli consente di avere un ISEE infimo, e non c’è nessuna modifica convincente che si possa attuare senza dover appoggiarsi a una lotta all’evasione (e a un cambiamento culturale, in generale) che vada ben lungi dalla portata una riforma universitaria. Il sistema attuale, e mi spiace per l’autrice, favorisce i ricchi, e punisce duramente la classe media.

In sostanza ci sono molte falle nella proposta: la liberalizzazione delle rette ha poco senso se le università sono ancora pubbliche, e.g. se possono alzare le rette quanto vogliono ogni cazzata a livello di bilancio si può curare con un prelievo extra agli studenti; introdurre una competizione darwiniana con gli atenei esistenti non ha senso se non si decide di imporre a livello statale (tramite linee guida) una diversificazione dell’offerta formativa: non ha senso che ci siano 70 università in Italia e nessuna eccella in niente (tolti politecnici, Bocconi, etc.), ma questo ha, come già detto, una radice culturale e non si può cambiare in dieci minuti. Nessuna di queste però è stata sottolineata, tutta l’opposizione è interamente demagogica e basata su ipotesi surreali; tutte le “ipotetiche conseguenze” sono spesso un rischio inesistente (e.g. diplomifici privati? Ben vengano, creano anche posti di lavoro), oppure cazzate facilmente aggirabili.

In tutto ciò non sono riuscito a capire che cazzo c’entri la Hack e perché sia lei il caprio espiatorio di una lettera che è stata palesemente scritta da Ichino.

Pirateria e stronzate

Una cosa buona dell’Italia è che visto che siamo tutti un po’ terroni i pipponi su quanto è brutta la pirateria fatti dai diretti interessati non ce li si caga tanto. È anche per questo che fortunatamente pochi comprano canzoni da iTunes; non perché comprare canzoni da iTunes non vuol dire supportare l’artista, ma perché “ma che palle, si paga”.

Beh, visto che sono una persona elitaria e antipatica delle ultime vere news (#occupystaminchia, critiche prolisse al governo Monti) me ne sono un po’ sbattuto. Questa qua sull’ANSA invece mi ha attirato.

Solo in Italia e solo nel settore dell’Information Technology la riduzione del 10% della pirateria in quattro anni genererebbe in Italia 7.500 nuovi posti di lavoro e piu’ di 1 miliardo di euro di entrate all’erario. I dati sono contenuti in una ricerca della societa’ di analisi Idc e resi noti in occasione del ‘Play Fair Day’, la giornata mondiale per la sensibilizzazione dell’utilizzo del software ‘genuino’ promossa da Microsoft.

Quindi, il “Play Fair Day” è promosso da Microsoft, e la società di analisi IDC organizza (come si vede dal loro sito) numerosi eventi in partnership con vari big del settore. Per carità, c’è par condicio (Cisco, Adobe, e molti altri), però pur nella loro concorrenza reciproca tutti concordano in modo unanime sul fatto che la pirateria informatica è da stronzi. Non perché ci sia un qualcosa di leso (tranne il loro portafoglio, forse), ma tanto per. Che dire, nessuna ragione per dubitare della neutralità dell’indagine.

Diciamo che mi fa sorridere la cifra elencata. C’è recessione, crisi, tutte ste cazzate, quindi cerchiamo un tema popolare… la disoccupazione! Ed ecco che spuntano 7,500 posti di lavoro in più se tutti facciamo da bravi. Innanzitutto non capisco come potrebbero spuntare direttamente, a meno che ciò non voglia dire “se voi non ci faceste perdere tutti questi soldi potremmo assumere più gente”, che è un’affermazione dello stesso calibro di “se non fosse per Grillo non perderemmo le elezioni”.

A questo punto ci sarebbero un po’ di cose che creano un sacco di posti di lavoro che potrei suggerire ad IDC. Uno ad esempio è legalizzare la mafia. Non è necessario tassare gli introiti dalle attività mafiose, basta lasciare tutto così com’è, dire in giro “abbiamo creato dei posti di lavoro, eheh”, e magari chiudere un occhio su eventuali illeciti correlati alle attività mafiose.

Un altro invece è creare una legge che imponga a tutte le imprese con più di 15 dipendenti di assumere un uomo vestito da clown che mantenga per le sue tre ore di servizio giornaliere (dal lunedì al venerdì) presso la sede dell’azienda un’erezione colossale da mostrare ai passanti. Certo, non so quanto siano le imprese con più di 15 dipendenti, forse non 7,500, ma se magari anziché imporre l’assunzione di uno si imponesse l’assunzione di uno per ogni edificio dell’azienda (fabbrica, ufficio, etc.) forse si arriverebbe a quella cifra.

In Italia l’uso del software illegale e’ al 49%, il 10% di riduzione della pirateria porterebbe in 4 anni quasi 4 miliardi di euro in termini di ulteriore volume d’affari per l’intero settore.

Disse il vescovo. No, scusatemi, un tizio di Microsoft. Dunque non era una battuta poco fa, “in termini di ulteriore volume d’affare” vuol dire “se questi figli di puttana non scaricassero Windows 7 crackato e lo pagassero quel prezzo inutile cui lo vendiamo…”, ma c’è di più:

Senza contare che insieme ai software pirata si scaricano nel 75% dei casi componenti aggiuntivi come virus o malware. Cosi’ si mette a rischio anche la propria identita’ digitale che ha probabilita’ di essere sottratta nel 34% dei casi. Usare un software non originale e’ come riporre una carta d’identita’ in un portafoglio bucato.

Sì lo so, anche a me fa incazzare che l’ANSA confonda apostrofi e accenti, ma non è quello il punto. Il punto è che 75% e 34% sono cifre a caso. 75% vuol dire “tanto” e 34% vuol dire “la metà di tanto”. L’analogia del portafoglio bucato è fallace quanto e più di quella che dice che scaricare MP3 è come rubare una macchina, o che uccidere i microbi del raffreddore è come uccidere una persona, e via dicendo.

E il gran finale:

Sul versante consumatori, secondo le stime, i software ‘genuini’ hanno una performance migliore di quelli pirata. Ecco alcuni dati: il 25% dei sistemi operativi illegali e’ risultato infetto e ha scaricato e installato autonomamente un software dannoso; il 25% non e’ in grado di scaricare gli aggiornamenti, le macchine con software originali hanno tempi migliori nell’apertura di pagine web (59%) e consumano meno energia, con un risparmio che varia dall’8 al 20%.

Chiaro che nessuna persona sana di mente pensa veramente che ci sia una correlazione fra il tempo di apertura di una pagina web e il fatto che Snow Leopard l’abbia scaricato da BitTorrent o meno, o che ci siano guadagni in termini di risparmio energetico. Sono tutte cazzate, semplicemente l’autonomia scarsa dei laptop e la frustrazione di una connessione ad internet lenta sono due cose che, come la disoccupazione per l’italiano in crisi, frustrano molto l’utente medio, per cui spingiamo un po’ e magari quei 500€ per Photoshop originale ce li spendi.

A questo punto mi piacerebbe sapere da IDC e soci quanto è costata la loro iniziativa, quanto viene investito in reparti antipirateria (anche per “sensibilizzare”) dai produttori di software (tutto sottratto alle spese per l’innovazione etc.), e, visto che dei loro soldi mi fotte limitatamente, quanto buttiamo via in Guardia di Finanza, tribunali, etc., per faccende riguardanti la pirateria, se con quei soldi non si possa effettivamente realizzare qualcosa di decente…

Mi piacerebbe fare proposte pragmatiche a riguardo ma non c’ho voglia, per cui vi lascio con un interessante video che mi è stato segnalato oggi.

Opinioni, libertà, e altre stronzate

A me Nonciclopedia ha sempre fatto cagare. Non lo dico per fare quello “contro”, mi faceva cagare già da tanto, e non, come dice Wu Ming, perché ironizza su Anna Frank. Non sto ad ammorbare nessuno sul fatto che sono in estremo disaccordo con Luttazzi (ed eventualmente anche Wu Ming) sul fatto che per quello che mi riguarda la libertà di espressione è una cosa ben più importante di una non chiaramente definita “morale”, benché è chiaro che la vita è fatta di compromessi (e.g. se racconto la classica “un negro e un ebreo si buttano da un palazzo, chi cade prima?” in un tribunale ne pagherò giustamente le conseguenze).

Una cosa è da riconoscere però; internet rende tutti stupidi. A nessuna persona che geneticamente ha dei buoni neuroni fa ridere la centotrentesima battuta su Chuck Norris o l’ennesima finta citazione di Oscar Wilde.

Che poi, come giustamente dice Wu Ming (non so se dire “dice Wu Ming” o “dicono Wu Ming” o metterci l’articolo per cui accontentatevi, o voi che leggete), nei confronti di Nonciclopedia non c’è stata nessuna censura, esattamente come non c’è stata nei confronti di Wikipedia. E i due casi non c’entrano un cazzo l’uno con l’altro. Del primo non mi frega nulla; fortunatamente è fregato qualcosa ad altri, fra cui uno che ha scritto un resoconto tristemente divertente. Il secondo caso merita un po’ più d’attenzione, visto che le reazioni sono state più sofisticate di “LOL VASCO ROSSI MERDA”.

Per chi fosse stato a mettere bombe in qualche moschea in questi giorni, Wikipedia è in sciopero della fame tipo Pannella per colpa del DDL sulle intercettazioni, e il comunicato un po’ prolisso è questo qui. Qualcuno dice “chi cazzo se ne frega di Wikipedia, sono ben altri i siti che rischiano”, ed è vero. Il problema però non è che i siti rischino o meno, perché tutti sanno bene che su internet la legislazione ha sempre buchi. Ad esempio, non è ben chiaro cosa succeda nel caso la residenza fisica del sito web sia fuori dall’Italia (non esistono ancora le e-rogatorie), per cui un trasloco può essere sufficiente a curare tutti i mali.

Il problema è che mentre molti sono stati rapidissimi a gridare alla censura – problema estremamente scavalcabile in Unione Europea – non si sentono lamentele tanto frequenti sul contesto in cui avviene tutto ciò. Questo è un pezzo del contesto, ad esempio.

Aggiungo una seconda parte della patata bollente, che già avevo sinteticamente e cripticamente espresso ieri. Questa legge, assieme a molte altre, è l’ennesimo calcio in faccia a tutti quelli che vogliono buttarsi nel business delle telecomunicazioni in Italia, che platealmente favorisce (od obbliga?) la fuga all’estero di qualunque tipo di impresa in materia. È vero che le parole non contano un cazzo, che “il governo del fare” è una presa per il culo fin da quando in tenera età Dell’Utri andava a succhiarlo al boss di turno, però dove cazzo è Confindustria quando serve? Devono essere troppo impegnati a supplicare Marchionne, li capisco pure.

Per quanto riguarda la libertà di espressione, questa legge non cambia un cazzo per quello che riguarda internet, ai fini pratici, sappiamo perfettamente quale è il problema principale, e spaventa un po’ vedere che tutti si sono buttati su Wikipedia solo perché rischiano di non poter più fare i copiaincolla per le tesi triennali.

Sì, lo so che volete sapere chi cade prima fra un negro e un ebreo, ma vi lascerò tirare a indovinare.

Ancora con ste cazzo di intercettazioni

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Oltre al legittimo sciopero di Wikipedia e svariati altri siti, all’indignazione generale tramite attivismo via facebook, etc., fa piacere che nessuno faccia notare l’ingente danno economico che l’ultima legge di questo governo di cattospastici provoca al mercato di provider di un qualsiasi tipo di servizio internet, visto che costringe pressappoco chiunque non voglia parlare di orsacchiotti cucciolosi a trasferire il proprio sito all’estero. Ancora una volta complimenti liberisti al governo del fare e degli imprenditori prestati alla politica.